La Cassazione sul reato di associazione di tipo mafioso

Novità giurisprudenziale sui presupposti indispensabili per ritenere provata l’esistenza di un sodalizio di tipo mafioso e sulle condotte necessarie per ritenere provata la partecipazione del singolo.

Di particolare interesse un recentissimo pronunciamento in materia di associazione di tipo mafioso. Una novità nel panorama giurisprudenziale perché offre una lettura più garantista e oggettiva della norma di riferimento.

La Sesta Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza nr. 9001/2020, le cui motivazioni sono state depositate il 5 marzo 2020, si è espressa in maniera marcata sulla tipicità del delitto di cui all’art. 416 bis Cp, rendendo una interpretazione sovrapponibile alla volontà legislativa – per verità originariamente fissata sulla previsione di un reato meramente associativo – nonché ai principi costituzionali di materialità e tassatività, siccome dettagliati dall’art. 25 Cost.

Secondo l’art. 416 bis Cp, l’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo.

E’ la forza intimidatrice, dunque, che costituisce l’aspetto caratterizzante del fenomeno consortile e di regola presenta aspetti di durevolezza, sistematicità e diffusività, differenziandosi dal timore episodicamente ingenerato da un’associazione come disciplinata dall’art. 416 Cp.

L’interpretazione proposta dagli Ermellini nella sentenza in commento, è incline a distinguere nella fattispecie delittuosa una dimensione concreta, attuale ed effettiva della capacità di intimidazione.

Il recente pronunciamento – sulla materialità del delitto – ha convalidato l’essenzialità che il gruppo faccia effettivamente uso della forza di intimidazione, liberamente dal semplice dolo intenzionale di farvi ricorso. Per l’integrazione del tipo e quindi per la consumazione del reato, appare basilare il riscontro pratico che il sodalizio abbia dato prova di possedere la forza di intimidazione e di essersene avvalso, così rivestendo il c.d. metodo mafioso una funzione centrale nella fattispecie perché recante consistenza oggettiva da accertare nel processo.

Come sostenuto da autorevole dottrina, il reato di associazione di tipo mafioso esprime ineludibili attitudini plurioffensive; è necessario sostenere, tuttavia, che all’integrazione degli elementi costitutivi del delitto conseguano effetti causali concreti, non essendo corretta l’impostazione secondo cui questi si possano o meno manifestare o, addirittura, manifestare in futuro. Il metodo mafioso è lo strumento mediante il quale l’associazione persegue lo scopo e quindi appare indispensabile l’accertamento in concreto della manifestazione esterna della capacità di intimidazione nonché dei fenomeni di assoggettamento ed omertà.

La condotta positiva, allora, è l’esteriorizzazione della forza di intimidazione. E la capacità di intimidazione nello scenario in cui opera il consorzio criminale deve essere attuale, effettiva e anche arricchita da un riscontro estrinseco. Infine, la forza intimidatrice deve discendere dall’associazione e dal suo prestigio criminale ovvero dal vincolo associativo. Non dunque dalla fama del singolo associato, anche se trattasi di soggetto di risaputa rinomanza criminale.

Ciò perché la forza di intimidazione è di proprietà associativa e non del singolo.

Dott. Vincenzo SORGIOVANNI
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STUDIO LEGALE GERVASI & DIMASI.